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FEMINA - Anna Valla e Alessia Clema - A cura di Ida Isoardi e Giovanni Tesio | dal 8.03.2012 AL 7.04.2012

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Tra-Scritture

Si direbbe che Anna Valla voglia pettinare - gesto antico inteso come metodo del porre ordine e armonia nelle coltivazioni - spazio e tempo senza toglier loro l’inarrestabile mutevolezza; un vento sottile abita le sue composizioni che sanno emanare freddo o calore. Oggi l’artista ha raggiunto esiti rigorosi e sicuri nel suo continuo periodare pittorico, una scrittura visuale che si fonda sul palinsesto, termine da Anna stessa applicato a una ormai storica sequenza di opere. Il suo è infatti un lavorìo sapiente su alfabeti interiori in continua mutazione e conseguenti biffures, cancellazioni di tracce scritte che, nel momento stesso del loro svanire (a differenza degli antichi codici), vengono salvate e ricondotte in una speciale continuità. Nulla va perduto ma, con tensione prossima a quella delle scienze, tutto si trasforma e colma i vuoti - sempre lasciati dai limiti della memoria - con il tratto, lieve cicatrice che costantemente si rinnova aprendosi a nuove vie. Reiner Maria Rilke, nel Libro delle immagini (1902), ha scritto parole sublimi sul divenire e disfarsi dell’azione creativa: “Ogni mio minimo movimento lascia / nel serico silenzio un’impronta visibile; / l’emozione più lieve s’imprime incancellabile / sul teso schermo della lontananza”. Arte assolutamente decentrata è quella di Anna Valla in cui a suscitare l’immagine è l’ininterrotto, quel continuum in cui ognuno si trova immerso. Un linguaggio che fluisce e scorre come un corso d’acqua: se ne avverte il brusìo silenzioso. Il supporto pittorico si smaterializza come superficie, perimetro obbligato e si fa muro graffito, pagina misteriosa, porzione di infinito. Se la rarefazione del segno, il drastico procedere verso il togliere, operazione necessaria ma non indolore del processo artistico, hanno condotto Anna Valla a un punto limite dell’espressione visiva, da alcuni anni l’artista ha ritrovato la materia, il suo spessore fisico. Non di contrapposizione si tratta o mutamento di rotta nei confronti della pura nota segnica, ma di un ulteriore medium posto a conseguire effetti di luce e ombra - ancora una volta incorporei - movimenti intervallati di colore. L’approdo alla ceramica si pone allora come ultimo atto del recupero di una tridimensionalità plasmata in forme uniche e attraversata da segni già noti come ombre, migrazioni, impronte. Il colore, in Anna, non allude, non descrive, non aggiunge ma affiora dalla stessa lontananza in cui sono depositate le tracce dei suoi alfabeti.

Ida Isoardi


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